LUIGI PAGANO

3 Febbraio / 3 Marzo 2017

La carriera artistica di Luigi Pagano ruota intorno al linguaggio della pittura, nondimeno a videoarte e performance. Gesto e azione sono i componenti che guidano l’autore verso costruire segni incisi sulla tela, dove il riferimento ai simboli collegati alle filosofie orientali è sempre evidente. Luigi Pagano scansiona micro- e macro-cosmo, i materiali organici e inorganici, sempre avendo come punto di partenza il proprio corpo e le sue azioni. Ryujin è un’opera che l’artista crea tenendo tra le mani la piccola tela e facendola ruotare su se stessa in pendenza, creando un vortice dell’immaginazione possibile. (da  “Imago Mundi – Luciano Benetton Collection”)

l'opera RYUJIN del M° Luigi Pagano esposta al Summarte

“SOTTERRANEI” | MOSTRA di FRANCESCO COCCO

15 Dicembre 2016 / 31 Gennaio 2017

EQUILIBRIO COMPOSITIVO | MOSTRA DI DOMENICO FATIGATI

dal 28 ottobre al 27 novembre 2016

a cura di Diana D'Ambrosio

Si terrà presso la galleria d’arte del teatro Summarte di Somma Vesuviana, la mostra personale di Domenico Fatigati, dal titolo “Equilibrio di forme e colori” con la direzione artistica di Diana D’Ambrosio. Il vernissage è previsto per venerdì 28 ottobre alle ore 19.00. La mostra resterà aperta fino al 27 novembre tutti i giorni dalle 16.00 alle 20.00. “Equilibrio di forme e colori” è un percorso visivo, dove la nuova forma d’espressione artistica di Fatigati si dipana in opere di gran risalto cromatico, spalmato su linearità geometriche con materiali e oggetti disparati. Dai chiodi, alle rondelle, agli stuzzicadenti, messi insieme con un sapiente e attento gioco di forme. Un lavoro fatto di precisione e di studio. I giochi cromatici danno la percezione della dimensione, la forte sensazione di profondità.

Domenico Fatigati nasce ad Acerra nel 1949. Ha frequentato l’Istituto Statale d’Arte “F. Palizzi” e l’Accademia delle Belle Arti di Napoli. La sua attività artistica inizia nel 1969 con la partecipazione al Premio Nazionale d’Arte Visiva “La Feluca d’Oro” di Bari. Si è sempre interessato dell’ Optical Art e dell’ Astrattismo geometrico. Ha esposto a mostre collettive locali, regionali e nazionali, preso parte a in diverse fiere d’Arte ed organizzato molte mostre personali in diverse città. Dal 1981 al 2012 ha diretto uno spazio espositivo denominato “Il Ritrovo dell’Arte”, ad Acerra. Ha insegnato Geometria descrittiva negli Istituti d’Arte e nei Licei Artistici. Nel 1989 è stato l’artefice della nascita dell’Istituto d’Arte di Acerra, ricoprendo l’incarico di Responsabile. Aderente al gruppo nazionale “Astractura” dal 2011 al Marzo 2015 e da Aprile 2015, è anche un cofondatore del gruppo nazionale “Linearismo Cromatico”, il cui manifesto è stato presentato ufficialmente, con la firma degli artisti, presso la Pinacoteca di Gaeta nel 2015. Prossime mostre: Acerra, Caserta, Ferrara, Savona, Mantova.

DIANA D'AMBROSIO e FRANCO TIRELLI (dal 1 al 30 aprile 2016)

Diana D’ambrosio e Franco Tirelli sono due artisti figli del territorio che ospita la loro mostra.
Autoctona la loro espressione artistica, per ragioni diverse ma complementari. Il loro lavoro esposto insieme crea un gioco di rimandi, un equilibrio e una sinfonia visiva che sembra addirittura dare risalto l’uno all’altra.
Le opere di Franco Tirelli sono scene fluide di sovraesposizioni di colore e materia pittorica pura, le onde e gli squarci di colore sulle tele informali sono trasposizioni di vicende umane profondamente immanenti; passione, carne, cronaca, ciò che smuove e muove viscere e sentimento. Un’urgenza espressiva che rimanda di volta in volta l’aspetto spirituale.
Altrettanto materica Diana D’ambrosio ma la fluidità lascia il posto allo studio delle forme nella sua arte. Le sue sculture cedono nella ruggine dei suoi metalli assemblati, accostati quasi sempre al tufo, materiale di cui Erri De Luca scrive: “… il tufo non è pietra. È la stesura di materia in fiamme, sputata fuori e raffreddata al sole. È sughero di terra che tiene bene la chiusura e fa respirare, va bene per sepolcro e per cantina. È la materia di cui è fatto il carattere del nostro luogo e dei suoi abitanti. […] C’è tufo nel maestrale e nello scirocco, nelle onde del mare e nelle rughe delle nostre facce. C’è tufo sulfureo nelle collere della città irritabile e incendiaria….” Parole che vestono bene questa artista e la sua poetica femminile e forte.
La mostra di questi due artisti segue il loro già consolidato rapporto di amicizia e di rispetto per il reciproco lavoro, si legge in loro un supporto ideale per il percorso dell’altro, un percorso artistico anche simbolico e catartico per la lettura che ne fa l’osservatore. (Teresa Capasso)

IL GIARDINO EXTRATERRENO | MOSTRA DI MARY PAPPALARDO

dal 27 febbraio al 25 marzo 2016

“In-colte zolle cariche di terra scura
trattengono tracce segrete.
Trasbordano sul confine
tra idea e torpore.
Ne capita una gravida di futuro,
presagio di semi e campi nuovi.”
(Mary Pappalardo) 
Quando la visione di un’opera si trasforma in discesa nel microcosmo terreno. Mary Pappalardo elabora scenari biologici, strutture intricate e misteriose ma familiarmente naturali. Le linee che, accostate, formano le onde e le vene dei suoi lavori si insinuano nell’immaginario dell’osservatore, portandolo quasi con ossessione alla contemplazione dell’essenziale, del primordiale, degli elementi primari dai quali nasce la vita stessa.
Semi.
Anche quando sono matrice di stampa mantengono la loro peculiarità. Racchiusi in essi tutta la simbologia del rituale della natura. La ricerca di questa artista affascina per la sua purezza. È forgiata dal fuoco di lava vulcanica, leitmotiv di tutta la sua produzione. Quando non c’è direttamente il fuoco come elemento, c’è stato il suo passaggio, ha bruciato, ha distrutto, ha scavato, la lava si è solidificata qualche volta in forme suadenti e voluttuose. Soprattutto ha reso fertile la terra e reso visibili quei semi che Mary ingigantisce e ne fa intrigante elemento grafico capace di rivelare porzioni di anima. (Teresa Capasso). 

Nelle opere di Mary Pappalardo la visione di un’opera si trasforma in discesa nel microcosmo terreno. L’artista elabora scenari biologici, strutture intricate e misteriose, ma familiarmente naturali. Le linee che accostate formano le onde e le vene dei suoi lavori, si insinuano nell’immaginario dell’osservatore, portando quasi con l’ossessione alla contemplazione dell’essenziale, degli elementi primari dai quali nasce la vita stessa: i “Semi”. Anche quando sono matrice di stampa mantengono la loro peculiarità. Racchiusi in essi tutta la simbologia nel rituale della natura. La ricerca di quest’artista affascina per la sua purezza. È forgiata dal fuoco di lava vulcanica, leitmotiv di tutta la sua produzione. Quando non c’è direttamente il fuoco come elemento, c’è stato il suo passaggio, ha bruciato, ha distrutto, ha scavato, la lava si è solidificata qualche volta in forme suadenti e voluttuose. Soprattutto ha reso fertile la terra e resi visibili quei semi che Mary ingigantisce e ne fa intrigante elemento grafico capace di rivelare porzioni di anima. Le opere di Mary Pappalardo in mostra alla Galleria del Summarte in “Il Giardino Extraterreno” saranno visibili al pubblico sino al 25 marzo prossimo.

ANDREA SIMEONE (dal 18 dicembre 2015 al 16 gennaio 2016)

Andrea Simeone è un cantastorie con una certa esperienza. Scrive, fotografa e parla, da sempre. E come tutti in cerchio davanti ad un falò in un epoca remota, lui ci incanta con i suoi racconti mai privi di ombre e orrori, ma forse per questo così avvincenti. La sua visione è sempre originale, c’è se stesso in ogni scatto e in ogni frase a ben guardare, ma c’è anche una direzione, un indicazione, un suggerimento, le foto le scatta lui ma quando le guardi sembrano un tuo ricordo. La street photography di Andrea è poesia, citazione continua, osservazione critica del mondo intorno a sé. Ogni viaggio una storia, per le strade ti fa accompagnare da Proust, da Fellini, da Bresson…. e poi ti viene a prendere arrivando trafilato dalla provincia di Napoli, perché anche se abita altrove sembra arrivare sempre dal Vesuvio, proprio come fosse lava infuocata.

Scegliere un solo progetto dalla elefantiaca produzione di Andrea Simeone è stato come sfogliare un libro di mille pagine e fermarsi su una frase d’effetto. Così per la mostra alla galleria del Teatro Summarte la scelta è caduta sul progetto “Holi, la festa indiana dei colori” che Andrea introduce così:

La festa dell’Holi risale a circa 300 anni prima di Cristo, si celebra in tutta l’India, in Nepal e nei Paesi con forti radici Hindu. Viene celebrata nei primi giorni di primavera in concomitanza con la luna piena. Nel meraviglioso racconto della vita di Krishna si evince che il rito avesse assunto dei toni molto seri e cerimoniali, ma l’arrivo di Krishna restituì alla festa (e al rapporto col divino dei fedeli Hindu) un aspetto teatrale e giocoso. Con l’Holi si festeggia la sconfitta dell’inverno e -trasfigurata- la vittoria del bene sul male, ma assume anche significati di liberazione dai propri errori, da percorsi errati. È un giorno di perdono e di cambiamento, oltre che di gioia. Il racconto si divide in tre spezzoni: Lath Mar Holi – Holika Dahan – Dhulhendi.

La mostra è aperta al pubblico dalle 19:00 del 18 Dicembre 2015 con un evento inaugurale ad entrata libera e sarà visitabile fino alla metà di Gennaio 2016, nella suggestione degli spazi del Teatro Summarte.

Biografia: Andrea Simeone. Scrittore e fotografo napoletano, vive e lavora a Milano. Il suo primo romanzo – Recinto di Porci- è stato pubblicato da Pequod nel 2007. Nella fotografia ha compiuto reportage sociali a Napoli, e in giro per le città italiane. Gli ideali di bellezza, la politica dell’infelicità. Si occupa di creazione d’immagine per musicisti e rapper. Ha seguito alcuni artisti per le strade di Napoli in un progetto chiamato “A Sud di Nessun Nord”. Nel suo percorso ha incontrato Franco Fontana, che lo ha scosso e smosso, e con lui ha esposto progetti sulla fotografia di strada e di ricerca artistica a Milano, Modena, Torino, ai Dioscuri del Quirinale a Roma. Segue dal 2003 un pellegrinaggio fotografico nei cimiteri di guerra e le zone della memoria (www.war-cemeteries.com).

Parla poco di sé, preferisce dare spazio alle immagini.

Lavora con aziende e case discografiche.

AndreaSimeone.it

SOFIA MAGLIONE (dal 27 novembre al 13 dicembre 2015)

“Il corpo umano è il primo elemento delle opere di Sofia Maglione, nella distorsione anatomica che lo mescola ad accenni di natura. Lì dove sono le radici degli esseri legati all’ancestrale filo che li riconduce alla terra fertile da cui sono generati. Corpi pregni di eros, corpi che ospitano simboli, e oggetti corpi a loro volta tanta è la vita insufflata. Di fronte alle opere di Sofia Maglione ho immaginato un avviso… qualcosa che mettesse in guarda chi osserva del pericolo di trovarsi di fronte ai propri demoni.
C’è nei suoi quadri tutto un mondo pregno di femminilità, ormoni tangibili trasformati in pittura, colati e spalmati su tavole di legno, chi è pronto davvero a visioni di questo genere? Forse nemmeno un’altra donna, nemmeno una che passa al vaglio tormenti e delusioni, speranze ed estremi bisogni d’amore. Vedere trasformato in pittura un dolore segreto. Eppure se si lascia posto al coraggio questa pittura sa rivelarsi salvifica.
Ogni suo demone nasconde angoli di purezza, dalle ferite, dai buchi, dai tagli sulla pelle non sgorga sangue, ma occhi. Quelle violente aperture non sono lì per far uscire vita, ma per farla entrare, non sono violenza inferta ma metafora di complessa interiorità. Non c’è urgenza di sutura, c’è un invito esplicito all’osservazione consapevole.
Da dove provengono i soggetti ritratti? Mutilati, monchi, spiritati, spaventosamente intimi. Sono tirati fuori da questa osservatrice instancabile di se stessa,ma vengono fuori da ognuno di noi.
Per chi ha coraggio.”
Teresa Capasso

DIEGO LOFFREDO (dal 4 al 30 ottobre 2015)

Diego Loffredo si impone senza pudore, scatta fotografie come se corresse, “scatta” nel vero senso della parola. Ha osservato tutto l’osservabile delle strade della sua città. L’ha spogliata degli stereotipi e la mostra denudata ma ricca di elementi. Una Napoli che da quando lui la racconta sembra aver bisogno proprio delle sue immagini per descriversi. Volti, pieghe, pietre, piedi, tanti piedi, scorrono in successione. Le sue fotografie ti trasportano esattamente dentro questa città, evocando odori, suoni, schizzi di acqua di mare, vento, spallate tra la folla. Colpisce l’assenza di stucchevole romanticismo legata spesso alle immagini di Napoli. Invece che un tipico panorama dall’alto ci regala visioni rasoterra tra asfalto e pozzanghere che usa come specchi che svelano porzioni di vita di strada. E di questo gliene siamo grati. La storia raccontata da Loffredo è del tutto contemporanea, al posto dei monumenti coève mura piene di graffiti. Una poesia alternativa, urbana, aggressiva, graficamente di impatto, dispiegata in composizioni sempre equilibrate dove gli elementi sono disposti ad arte apparentemente in modo naturale e senza sforzo alcuno per lui. Lo sforzo lo fa lo spettatore concittadino che ricompone scritte, volti e luoghi per riconoscerli in un gioco di rimandi. Al resto del mondo lascia una godibile visione. Per la galleria espositiva del Teatro Summarte saranno presentati due progetti di Loffredo: Hurt! a colori e Tribunali in bianco e nero dove racconta la sua città con occhi indagatori e profondamente sensibili.
Teresa Capasso

GALLERIA FOTOGRAFICA PASS